Il generale Justo Josè de Urquiza, governatore di Entre Rìos, fu ucciso la notte dell’11 aprile 1870. Aveva 69 anni. Urquiza, che era stato dal 1854 al 1860 presidente della Confederazione Argentina, veniva considerato un progressista. Sotto la sua presidenza fu stipulato con le tre potenze di allora, Francia, Inghilterra e Stati Uniti, un trattato che di fatto aprì l’Argentina al commercio internazionale. In politica interna cercò di avviare l’industria e i trasporti pubblici. Organizzò una politica finanziaria controllata. Istituì la scuola obbligatoria e gratuita. La sua politica fu anche di apertura verso gli immigranti svizzeri, francesi e piemontesi. Si dice, ma non si sa con certezza, che abbia avuto 23 figli, undici dalla moglie Marìa Costa e altri da sette donne diverse. Dispose comunque che ciascuno avesse un’adeguata educazione e posizione. Decaduto il mandato presidenziale il generale si ritirò nella città di Concepciòn dove venne nuovamente eletto governatore. Lì trovò la morte.
Carlo Poggio e Paulina Povigna giunsero in Argentina nel 1857 e andarono ad abitare nel piccolo paesino di nome Talita, vicino a Concepciòn, lavorando come contadini alle dirette dipendenze del caudillo Urquiza quando era ancora presidente della Confederazione Argentina. Una coppia, una storia, di cui oggi come tante in Italia, si è persa quasi la memoria. Il cognome Poggio è tipicamente della provincia alessandrina. Quello di Povigna, più raro, è tipico di una zona appenninica tra l’Alessandrino e la Liguria.
Liliana Carmen Poggio, pronipote di Paulina e Carlo, è una professoressa di lingua italiana di 51 anni che abita a Concepciòn (Nella foto con la sua famiglia è la terza da sinistra). Liliana però non insegna nella città dove vive, ma in una scuola italiana in una cittadina distante circa 70 Km, chiamata Villa Elisa, dove l’ottanta per cento della popolazione è di origine piemontese. “Sono docente lì dal 2009 – ci dice Liliana – e devo dire che mi sento molto gratificata”.
Alla professoressa Poggio, divorziata da un ingegnere d’origine calabrese e senza figli, sono rimasti pochi i ricordi della madrepatria. Anche il nome del paese piemontese d’origine è stato dimenticato. “L’ Italiano l’ho imparato alla Società Dante Alighieri perché non si parlava in famiglia. Tuttavia alcune abitudini erano rimaste. Prima fra tutte quella di cucinare la pasta la domenica e anche in qualche altro giorno della settimana”.
Eppure, come ci racconta Liliana, anche in quelle zone remote pullulanti di discendenti italiani persistono i difetti del Paese d’origine. Per esempio si rimarca la differenza fra nord e sud. Fra i discendenti dei primi immigrati e gli ultimi, quasi unicamente d’origine meridionale. Calabresi in particolare. Una rivalità che si può manifestare talvolta anche in maniera pesante. “Un’assurdità perché per noi l’Italia deve essere una sola con tutte le sue bellezze!”
Quello del lavoro è un problema difficile pure da quelle parti. Anche là, come da noi, i politici (molti d’origine italiana) “pensano agli affari loro e non si preoccupano dell’interesse della collettività”. Tutto il mondo è paese!






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