17 maggio 2012

Personaggi Alessandrini

Davide Zambon, il piacere di regalare gioia

E’ quasi impossibile rimanere seri quando si intervista Davide Zambon. Non occorre che apra bocca, basta guardarlo negli occhi: sono occhi che ridono, che ti infondono immediatamente una sensazione di piena sintonia con lui, che ti fanno sentire sereno, a tuo agio, ti invitano “a fare”. A fare, magari, quello che da diversi anni, ormai, sta facendo lui: portare un momento di gioia, un po’ di serenità, a chi soffre, ha problemi di salute e passa interminabili giornate in un letto di ospedale. Davide è il presidente dei “Clown Marameo”, un’associazione di volontari che, in maniera del tutto gratuita, mette i propri fine settimana a disposizione di chi soffre. Lui e i suoi colleghi passano di stanza in stanza all’Ospedale Civile, all’Infantile, al Borsalino, o nelle case di riposo cittadine, con i loro camici bianchi disegnati, i loro nasi rossi, il loro trucco divertente, per far dimenticare per qualche minuto a chi è ricoverato i motivi e i dolori della propria malattia. Un momento di allegria che dà speranza, che risolleva.

“Entriamo in punta di piedi – racconta Davide – e poi parte l’improvvisazione. Qualche piccola magia, qualche palloncino, a volte anche solo uno scambio di battute, due parole. Dipende ovviamente da chi ci troviamo davanti, a volte leggiamo negli occhi del nostro interlocutore cosa si può dire, cosa lui si aspetti da noi, quale limite non debba andare superato. All’Infantile diventa uno…scambio alla pari perchè lì diamo sfogo al bambino che c’è in noi!”

L’associazione “Clown Marameo” ha avuto origine una decina di anni fa, staccandosi dall’esperienza che stavano vivendo i “Vip Marameo”. Senza pubblicità, senza clamori, solo con tanta voglia di mettersi al servizio degli altri.

“All’inizio – ricorda Davide – non è stato così facile convincere dell’utilità della nostra presenza, in certi casi eravamo quasi individuati come…elemento di disturbo. Poi, come tutte le cose fatte col cuore, anche il nostro operato ha convinto un po’ tutti. Ora, il nostro passaggio è atteso come un momento quasi…indispensabile da molti pazienti, ma anche da molti medici. Ora ci conoscono, troviamo grande disponibilità da parte di tutti, non solo da parte dei bambini, che anzi, a volte ci guardano spaventati dai nasi rossi e dalle facce colorate!”

Cosa spinge una persona a diventare Clown Marameo?

Davide non ha dubbi: “Le ragioni possono essere le più diverse. Nel mio caso, ad esempio, tutto è cominciato a seguito di problemi familiari. Un grave lutto che mi ha spinto a star vicino ai miei zii. E ho cominciato…”

Poi, però, sei rimasto…

“Certo! Perchè una volta che hai visto il sorriso dei pazienti non ne puoi più fare a meno. E’ una cosa che ti entra dentro e non ti abbandona più.”

Come il sorriso di Cassien?

“Quello è stato uno dei momenti più appaganti della mia esperienza coi Clown Marameo, uno dei momenti più emozionanti vissuti col naso rosso! In quella festa al Moccagatta, nel maggio del 2009, per questo ragazzo ruandese che era diventato figlio di tutti gli alessandrini, si respirava umanità, gioia di vivere, passione. Come la sua grande passione per il calcio: poter ricevere l’abbraccio di tutto lo stadio e quello dei suoi idoli Marchisio e Paro è stata una grande emozione per lui ma anche per noi.”

Tu sei Clown Dottore, col nome di Ciucchino. Le spiegazioni sono indispensabili…

“Ognuno di noi assume una propria…nuova identità, che viene ripresa e amplificata sui disegni del camice, sul trucco, dal nostro tipo di comicità. Io mi chiamo Ciucchino perchè, nel rispetto delle mie origini venete, mi piace il vino e anche dal punto di vista professionale opero nel settore enologico.”

Per diventare Clown ci sono dei limiti anagrafici?

“L’unico limite è quello della maggiore età, dovuto più che altro alle regole e alle convenzioni (soprattutto assicurative) instaurate con i centri di cura. Per il resto, tutto è lecito: fino a cento anni, e oltre! Il nostro clown più giovane, Jatzy, è una ragazza ventenne, il più anziano, Brontolo, è un vispo sessantenne.”

Quale percorso occorre seguire per ottenere la qualifica di Clown Dottore?

“Quello dei Clown Dottore è un volontariato particolare, si ha a che fare con chi soffre e, a volte, non è un contatto facile. Bisogna sentirselo dentro, con la consapevolezza di essere noi stessi i primi beneficiari della nostra attività. Da noi ci si arriva col passa parola dei conoscenti, o perchè si trovano notizie sul sito on line. Ogni anno organizziamo delle selezioni e dei corsi dove offriamo le nozioni di base. Le selezioni sono un momento particolarmente delicato: non è semplice, in pochi minuti, capire chi ci sta davanti, si va molto per sensazioni, si percepisce…a pelle la voglia di donare. E poi, la cosa importante, è che l’impegno che si assume è una cosa seria: non si viene solo quando si vuole, dobbiamo garantire un servizio e quindi è un impegno che va rispettato.”

Quanti sono, oggi, i Clown Marameo?

“Ci sono diverse tipologie. I soci fondatori, che sono cinque e che svolgono per lo più compiti di organizzazione; i clown attivi, che devono garantire due servizi al mese, che sono una quarantina (ma con questo nuovo corso dovremmo superare i 70!); i clown sostenitori, che sono ancora attivi ma non svolgono più attività in ospedale; i clown tirocinanti, che non hanno ancora diritto di voto nelle assemblee e che sono in attesa di entrare in servizio. Tutti i clown hanno il camice e il naso rosso, che rappresentano gli oggetti principali del nostro servizio e, al tempo stesso, fungono da schermo tra noi e i pazienti, utili per non ‘appropriarsi’ dei problemi del paziente. Una difesa, soprattutto per noi.”

Non ha smesso un attimo di sorridere Davide, trasmettendo grande serenità. Un aiuto importante per chi soffre in un letto d’ospedale.

Alessandro Trisoglio

 

Elvira Lecca, immigrata tra gli immigrati


Intervistiamo oggi la Signora Elvira Lecca, una donna con una vita intensa e piena e sempre attenta alle problematiche degli immigrati, arrivata in Piemonte diversi anni fa. E’ nata a Jerzu il 1° Febbraio del 1937.


Signora Elvira quanto tempo fa è partita dalla Sardegna?
Sono partita dal mio paese natale, Jerzu, il 3 Aprile del 1953. Ho preso la nave a Olbia e sono andata a Roma per cercare lavoro. All’epoca ero minorenne e le leggi di allora non consentivano ai minorenni di emigrare, ci si poteva spostare soltanto accompagnati da una persona maggiorenne e con il consenso dei genitori e un permesso scritto del sindaco che in quel periodo era il maestro Contu. Il sindaco mi aveva dato il permesso ma i miei genitori erano contrari. Poi sono riuscita a trovare una signora che mi poteva accompagnare nel viaggio e così sono partita.

Arrivata a Roma cos’ha fatto?
Ho trovato lavoro in una famiglia. Poi lì ho cominciato a frequentare una scuola di ballo dove ho conosciuto mio marito. Lui era lì per fare il servizio militare e dopo poco tempo è andato in congedo dalla sua famiglia, ad Asti. Per un po’ ci siamo scritti ma dopo un paio di mesi l’ho raggiunto lì e ci siamo sposati.

E dopo che è arrivata ad Asti è riuscita a trovare lavoro?
All’inizio lavoravo in una famiglia a ore poi ho presentato diverse candidature finché sono riuscita a entrare alla Frendo di Villanova che era una succursale della Fiat. Ho lavorato lì fino al 1972 poi mi sono dimessa mentre aspettavo mio figlio.

Poi nel 1977 mio marito è morto e io sono rimasta con 5 bambini piccoli da crescere e da seguire.
Nel 1980 mi sono sposata di nuovo con un signore di Oviglio e siamo andati a vivere nella sua casa.


Ha ripreso a lavorare dopo essersi licenziata dalla Frendo?
Sì: fino al 1992 ho lavorato da un medico come collaboratrice domestica.

Signora, lei ha anche lavorato in radio per tanti anni. Come è arrivata alla radio?
Nel 1990 mio figlio inizia a prendere il microfono in mano e comincia con Radio Voce Spazio, un’emittente diocesana. Era molto bravo e mi diceva sempre di andare con lui in radio a trasmettere per la Sardegna. Io però ero molto timida e non me la sentivo.

E poi?
Poi un bel giorno, era l’Agosto del ’91, ho deciso di provare ed è finita che sono rimasta lì dieci anni, fino al 2000.

 

Che tipo di trasmissioni conduceva?
Conducevo tre trasmissioni diverse: Il martedì “Buongiorno Italia” dove facevo sentire canzoni di varie regioni italiane e canzoni del dopoguerra. Preparavo una scaletta ma gli ascoltatori erano numerosi e facevano tante richieste di musica.
Il giovedì  “Sardegna mio primo amore”. Inizialmente si chiamava “Canta Sardegna” ma il titolo era troppo simile a “Sardegna Canta” una trasmissione che andava già in onda in Sardegna e  quindi ho voluto cambiare il titolo perché non volevo copiarlo. In questa trasmissione avevo tantissimi contatti da parte di emigrati sardi, anche dall’Estero che mi mandavano tantissimo materiale.

Il sabato era la volta di “Trasmetti Napoli” un programma di musica napoletana che mi ha dato molte soddisfazioni perché avevo tante richieste: ad Alessandria  c’è una comunità napoletana molto numerosa.

Lei però ha lavorato anche a Radio B.B.S.I: come ci è arrivata?
Mi ha convinto mio figlio nel 2000 a trasferirmi a Radio B.B.S.I. Lui era il vicedirettore, aveva una posizione organizzativa. Mi ricordo che per molte cose eravamo in contrasto e molte volte mi faceva arrabbiare. Io volevo fare a modo mio e lui a volte non era d’accordo. Per esempio a me piaceva consolare e confortare le persone. Una volta mi capitò di incontrare una madre a cui avevano ucciso il figlio e lei per anni aveva cercato l’assassino. Io cercavo delle canzoni adatte a lei, per consolarla, perché trovasse conforto, e mio figlio che all’epoca seguiva la regia ed era seduto di fianco a me, mi diceva sempre di fare in fretta mentre io avrei voluto più spazio.

Poi comunque insieme a lui ho organizzato tante iniziative per gli emigranti.

Lei ha fatto tante cose insieme a suo figlio, tante iniziative per gli emigranti non è vero?
Sì. Insieme ci siamo anche candidati in politica, nella circoscrizione Alessandria Sud, quando il candidato sindaco era Stradella, non ricordo con precisione l’anno. Lui era stato eletto, io no. Io comunque mi ero candidata a scopo benefico. Volevo conoscere a fondo i diritti degli emigrati per poi aiutarli, fare qualcosa per loro, e quello mi era sembrato il modo migliore per farlo.

Lei è sempre stata molto attenta ai diritti degli emigrati. Le manca la Sardegna?
La Sardegna mi manca sempre. Mi manca da quando sono nata. La porto sempre nel mio cuore ma con me è stata ingrata. Mi sarebbe piaciuto poter studiare perché se avessi studiato avrei potuto scrivere tanto sulla Sardegna, sulla vita dura e triste che noi sardi abbiamo avuto da bambini, su tutta la sofferenza della mia terra. Io ho conosciuto la guerra e il dopoguerra, la fame e la miseria e questo andrebbe scritto e raccontato a tutti coloro che nascono, crescono, sono giovani e hanno una vita di spreco perché a tanta gente è mancato il pane. I bambini crescevano male e in mezzo alla sofferenza.

E’ più tornata in Sardegna?
Ci sono tornata nell’Ottobre del 2008, con l’intenzione di restarci per sempre. Però dopo un anno bellissimo in cui sono stata bene, ho avuto un brutto incidente, e ho interpretato questo avvenimento come un altro segno dell’ingratitudine della mia terra, e così sono andata via di nuovo e sono tornata ad Alessandria. Tutte queste cose, il ricordo della mia terra, le sofferenze, le ho scritte nelle mie poesie: “Troppu m’asi negadu o terra mia!” e “In coru meu t’appu conservadu”, per citare solo due versi delle poesie che ho scritto e che rendono l’idea del mio legame con la Sardegna.

Daniela Concas